Una comunità professionale si riorganizza con passioni, tenacia e regole.

Fondazione “Paolo Grassi” e Università degli Studi di Milano hanno dedicato una giornata di forum alla legge sullo spettacolo dal vivo e ai temi dell’uscita dalla crisi sanitaria, dalla crisi sociale e dai deficit culturali dell’Italia.[1]

a cura di Stefano Rolando [2]

Il mondo dello spettacolo, durante i venti mesi della pandemia, ha dovuto mostrare una prevalente oggettiva impotenza. Chiusi i teatri e altri luoghi di evento e spettacolo, non fosse stato per quei drammatici raduni (il primo in piazza Duomo a Milano) dei lavoratori degli eventi, con i loro bauli percossi con lugubre lentezza, non fosse stato per i dolenti e quasi sempre civili appelli fatti da reputati artisti, una gran parte degli italiani (per fortuna non tutti) non avrebbero nemmeno percepito i disagi.

Come una sorta di grande credenza digitale (nel senso proprio degli armadi delle provviste) a disposizione delle emittenti, le televisioni hanno infatti sopperito, riciclando in vario modo prodotti. E sempre nelle forme di protesi digitali, così che anche cinema e musica hanno confermato che, in certe circostanze, la poltrona del salotto può, magari nel breve tempo, cercare di sostituire tutta la mitologia dello “stare insieme”, del miracolo quotidiano delle “recitazioni dal vivo”, della stessa magia di una “prima”, con danni tuttavia che non possono essere negati.

Alla lunga infatti si somma al danno economico anche una sorta di denigrazione, di impallidimento, di sbriciolamento delle ritualità che lo spettacolo, antico e moderno, ha costruito pazientemente nei secoli. Conquistando, uno a uno, i suoi pubblici, i suoi consensi, i suoi seguaci.

Dobbiamo intenderci però sui dati della realtà. L’ultimo dato Istat prima della pandemia ci offre un panorama quasi marginale, in sé molto grave, di questo pur importante consenso. Un condizione di fruizione culturale limitata a meno di un terzo (quando va bene) e a quasi un quinto (in vari settori) di questa nostra Italia, di cui spesso vantiamo spensieratamente l’unicità del suo Rinascimento. Le statistiche fanno inorridire. Fruizione zero da almeno più di 6 anni per il 79,4% degli italiani nel campo del teatro (attenzione: 76,3% per i lombardi, un dato anch’esso drammatico). E ancora: fruizione zero al 77,2% per i concerti (al 78% in Lombardia). Fruizione zero al 66,8% per i siti archeologici e monumentali (71% in Lombardia). Fruizione zero al 60% per musei e mostre (87% in Lombardia). E infine fruizione zero al 58% per i libri (pari in Lombardia).

Ho letto questi dati in apertura del convegno che l’Università degli Studi di Milano ha ospitato nella Rappresentanza del Rettorato il 29 ottobre, accogliendo l’idea della Fondazione milanese “Paolo Grassi” di cambiare marcia rispetto alle rappresentazioni rassegnate e dolenti dei lunghi mesi della pandemia.

Il “cambio di marcia” ha avuto come oggetto lo stato dell’arte (finalità, contenuti, tempi e qualità reale dei cambiamenti previsti) di un disegno di legge per lo spettacolo che una volta si chiamava “dal vivo” (ora l’espressione è tecnicamente derubricata) che è in Commissione Cultura del Senato provocando negli stessi legislatori più favorevoli al tempo stesso ottimismo e preoccupazione. L’ottimismo è attribuito ai tempi per l’abile aggancio alla legge di bilancio; mentre la preoccupazione riguarda il rinvio di molti aspetti di sostanza ai decreti delegati che, come ha spiegato Roberto Zaccaria, significa in concreto trasferire responsabilità regolamentative importanti dal legislatore all’apparato amministrativo del Ministero.

Carlo Fontana, presidente dell’Agis, ha segnalato che “questa volta non sono in discussione i soldi, che ci sono, ma il senso complessivo degli investimenti pubblici per migliorare strutturalmente i settori”.

Tutti i partecipanti hanno colto, nello spirito e nelle argomentazioni emerse, non solo la passione di sempre, ma anche la sorprendente tonicità di un settore provato ma vivo, in riorganizzazione, con sperimentazioni produttive, alleanze funzionali, recupero di relazione con il pubblico che è oggettivamente evaporato (cinema e sale da concerto in condizioni drammatiche, teatri con ancora molti ostacoli burocratici da superare).

Il rettore della Statale Elio Franzini – nelle conclusioni tratte insieme a Francesca Grassi – ha ricollocato il momento storico nella disputa ancora magistrale degli illuministi (Diderot) contro i naturalisti (Rousseau) a proposito della forza di modernità dei teatri a condizione che essi siano retti da regole.

Ferruccio de Bortoli ha ricondotto il tema alla cornice sociale generale, che contiene anche la legge, proprio sulla questione dell’eccesso di analfabetismo culturale del Paese (come si è detto, anche al nord, senza risparmiare nessun territorio), che se non viene portata a priorità strategica una fase di riforme ora sostenute anche da risorse, lascerà la legge come strumento inerte.

I parlamentari che operano nella Commissione Cultura del Senato che ha all’esame il provvedimento (il presidente Riccardo Nencini, il relatore Roberto Rampi) spiegano che oltre agli artisti si tratta di dare tutele e garanzie a quaranta professioni riconosciute. Sono gli stessi parlamentari a riconoscere possibilità di esiti circa i tempi ma anche preoccupazioni per i seguiti regolamentativi.

I lavoratori del settore (Simone Faloppa, rappresentante per la Lombardia) chiedono altri parametri di un sistema che accoglie una quota importante di speranze dei giovani rinunciando a vecchie logiche di rattoppo. Gli ambiti della formazione professionale dello spettacolo (Monica Gattini Bernabò, dg della Fondazione che raccoglie le scuole civiche milanesi di grande tradizione, tra cui la “Paolo Grassi” ai suoi 70 anni e la “Claudio Abbadò” ai suoi 160 anni) chiedono uno scenario più delineato tra apprendimento al fare e mercato del lavoro.

Ma accanto a questi elementi di cornice sono stati gli altri venti relatori che costituiscono “uno spaccato di grande rilievo delle professioni artistiche, tecniche, gestionali, di studio e di comunicazione dello spettacolo italiano” (come li ha presentati Mimma Guastoni) a dare il polso del laboratorio di rigenerazione che vuole essere partecipe delle discussioni sui destini di settori in cui il prestigio e il ruolo competitivo italiano è ancora riconosciuto. A cominciare dal sovrintendente della Scala Dominique Mayer che è brillantemente intervenuto nella tavola rotonda sulla musica difendendo le capacità delle imprese del settore nel dovere non solo combattere la pandemia ma anche il “sadismo burocratico” e segnalando criticità nell’incompleta tutela degli artisti e nei prezzi di vendita dei biglietti ancora troppo alti.

Molto qualificati tutti i contributi per settore. Nel campo della Musica Emilio Sala ha coordinato la tavola rotonda con i contributi (oltre a quello citato del sovrintendente Meyer) di Ilaria Borletti Buitoni, Angelo Foletto e Barbara Minghetti.  Nel campo della Danza Anna Cremonini ha coordinato la tavola con i contributi di Paolo Cantù, Gigi Cristoforetti, Valentina Marini, Gilberto Santini. E nel campo del Teatro Elio De Capitani (per la indisponibilità dell’ultimo momento di Filippo Fonsatti) ha coordinato la tavola con i contributi di Antonio Calbi, Francesca D’Ippolito e Laura Sicignano.

Il convegno della Fondazione “Paolo Grassi” e dell’Università Statale ha mostrato professionalmente e generazionalmente spirito di alleanza tra tradizione e innovazione. E soprattutto una sensibilità civile che garantisce molto rispetto agli schieramenti corporativi che possono esprimersi quando le leggi mettono in campo anche nuove risorse. Nel quadro dello stesso convegno e più in generale della programmazione 2021-2022 della Fondazione “Paolo Grassi” stretta l’interlocuzione con gli assessori alla Cultura di Milano (ora Tommaso Sacchi) e della Lombardia (Stefano Bruno Galli).

Fondazione “Paolo Grassi” – sostenuta nei suoi progetti sia dalle amministrazioni centrali dell’Istruzione e della Cultura, che dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia – oltre a dedicare la giornata alla memoria di Carlo Tognoli e Salvatore Veca, scomparsi quest’anno, ha annunciato di voler mantenere “vivo, libero e indipendente il dibattito”. E ha annunciato anche la creazione di una forma associativa aperta ad operatori e fruitori, cioè cittadini, per una cultura più partecipata della riorganizzazione del settore.

Elio Franzini, nel lancio del convegno nei giorni precedenti, aveva così introdotto alcuni obiettivi dell’evento: “Il rapporto tra ricerca, formazione, sistema dell’impresa culturale, condizioni finanziarie e qualità dell’offerta, è una complessa filiera che va tenuta in tensione da tutti i punti di vita, a condizione che le regole siano aggiornate, eque e previdenti. Avviamo con grandi speranze di ripresa questa discussione, al servizio di soluzioni molto attese dai tanti soggetti che sono, nel loro complesso, parte di ciò che chiamiamo patrimonio culturale”.

 

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L’avvio della conferenza: Roberto Rampi, Carlo Fontana, Stefano Rolando, Elio Franzini, Simone Faloppa.

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La conclusione dei lavori: Il rettore Elio Franzini con Francesca Grassi

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Stefano Rolando e Roberto Zaccaria interloquiscono con il presidente della Commissione Cultura del Senato Riccardo Nencini

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Musica. Angelo Foletto, Emilio Sala, Dominique Meyer, Barbara Minghetti e in collegamento Ilaria Borletti Buitoni

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Danza.  Paolo Cantù, Gigi Cristoforetti, Anna Cremonini, Valentina Marini, Gilberto Santini.

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Teatro. Antonio Calbi, Laura Sicignano, Elio De Capitani, Francesca D’Ippolito.

CONVEGNO “PER UNA NUOVA LEGGE DELLO SPETTACOLO DAL VIVO” – PARTE PRIMA

CONVEGNO “PER UNA NUOVA LEGGE DELLO SPETTACOLO DAL VIVO” – PARTE SECONDA

[1] Pubblicato sul giornale online L’Indro l’1.11.2021 – https://lindro.it/cultura-e-spettacolo-una-comunita-professionale-si-riorganizza-con-passione-tenacia-e-regole/

[2] Presidente della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura”, Milano